Lettera Apostolica
 Motu Proprio 

 “ De usu extraordinario antiquae formae Ritus Romani. ”
(cfr testo in Acta Apostolicae Sedis)
di Benedetto XVI
 
 

I Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, " a lode e gloria del Suo nome " ed " ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa ".

Da tempo immemorabile, come anche per l’avvenire, è necessario mantenere il principio secondo il quale " ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponda alla sua legge di fede " (1).

Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura eccelle il nome di san Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell’Europa si trasmettesse sia la fede cattolica sia i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti. Egli comandò che fosse definita e conservata la forma della sacra Liturgia, riguardante sia il Sacrificio della Messa sia l’Ufficio Divino, nel modo in cui si celebrava nell’Urbe. Promosse con la massima cura la diffusione dei monaci e delle monache, che operando sotto la regola di san Benedetto, dovunque unitamente all’annuncio del Vangelo illustrarono con la loro vita la salutare massima della Regola: “Nulla venga preposto all’opera di Dio” (cap. 43). In tal modo la sacra Liturgia celebrata secondo l’uso romano arricchì non solo la fede e la pietà, ma anche la cultura di molte popolazioni. Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell’età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di religione e ha fecondato la loro pietà.

Molti altri Romani Pontefici, nel corso dei secoli, mostrarono particolare sollecitudine a che la sacra Liturgia espletasse in modo più efficace questo compito: tra essi spicca San Pio V, il quale sorretto da grande zelo pastorale, a seguito dell’esortazione del Concilio di Trento, rinnovò tutto il culto della Chiesa, curò l’edizione dei libri liturgici, emendati e " rinnovati secondo la norma dei Padri " e li diede in uso alla Chiesa latina.

Tra i libri liturgici del Rito romano risalta il Messale Romano, che si sviluppò nella città di Roma, e col passare dei secoli a poco a poco prese forme che hanno grande somiglianza con quella vigente nei tempi più recenti.

" Fu questo il medesimo obbiettivo che seguirono i Romani Pontefici nel corso dei secoli seguenti assicurando l’aggiornamento o definendo i riti e i libri liturgici, e poi, all’inizio di questo secolo, intraprendendo una riforma generale " (2). Così agirono i nostri Predecessori Clemente VIII, Urbano VIII, San Pio X (3), Benedetto XV, Pio XII e il B. Giovanni XXIII.

Nei tempi più recenti, il Concilio Vaticano II espresse il desiderio che la dovuta rispettosa riverenza nei confronti del culto divino venisse ancora rinnovata e fosse adattata alle necessità della nostra età. Mosso da questo desiderio, il nostro Predecessore, il Sommo Pontefice Paolo VI, nel 1970 approvò per la Chiesa latina i libri liturgici riformati e in parte rinnovati. Essi, tradotti nelle varie lingue del mondo, furono accolti di buon grado da Vescovi, sacerdoti e fedeli. Giovanni Paolo II rivide la terza edizione tipica del Messale Romano. Così i Romani Pontefici hanno operato " perché questa sorta di edificio liturgico [...] apparisse nuovamente splendido per dignità e armonia " (4).

Ma in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell’anno 1984 con lo speciale indulto “Quattuor abhinc annos”, emesso dalla Congregazione per il Culto Divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal B. Giovanni XXIII nell’anno 1962; nell’anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera Apostolica “Ecclesia Dei”, data in forma di Motu proprio, esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero.

A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal Nostro Predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato Noi stessi i Padri Cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull’aiuto di Dio, con la presente Lettera Apostolica STABILIAMO quanto segue:

Art. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da San Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve essere considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano.

Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa. Le condizioni per l’uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori “Quattuor abhinc annos” e “Ecclesia Dei”, vengono sostituite come segue:

Art. 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro [dalla Messa in Cena Domini alla Veglia Pasquale inclusa]. Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.

Art. 3. Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o “comunitaria” nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo. Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari.

Art. 4. Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all’art. 2, possono essere ammessi ­ osservate le norme del diritto ­ anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.

Art. 5. § 1. Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa.

§ 2. La celebrazione secondo il Messale del B. Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere.

§ 3. Per i fedeli e i sacerdoti che lo chiedono, il parroco permetta le celebrazioni in questa forma straordinaria anche in circostanze particolari, come matrimoni, esequie o celebrazioni occasionali, ad esempio pellegrinaggi.

§ 4. I sacerdoti che usano il Messale del B. Giovanni XXIII devono essere idonei e non giuridicamente impediti.

§ 5. Nelle chiese che non sono parrocchiali né conventuali, è compito del Rettore della chiesa concedere la licenza di cui sopra.

Art. 6. Nelle Messe celebrate con il popolo secondo il Messale del B. Giovanni XXIII, le letture possono essere proclamate anche nella lingua volgare, usando le edizioni riconosciute dalla Sede Apostolica.

Art. 7. Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all’art. 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano. Il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”.

Art. 8. Il vescovo che vuole soddisfare a tali richieste di fedeli laici, ma per varie cause ne è impedito, può affidare la questione alla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, che gli darà consiglio ed aiuto.

Art. 9 § 1. Il parroco, dopo aver considerato tutto attentamente, può anche concedere la licenza di usare il rituale più antico nell’amministrazione dei sacramenti del Battesimo, del Matrimonio, della Penitenza e dell’Unzione degli Infermi, se questo consiglia il bene delle anime.

§ 2. Agli Ordinari viene concessa la facoltà di celebrare il sacramento della Confermazione usando l’antico Pontificale Romano, qualora questo consigli il bene delle anime.

§ 3. Ai chierici costituiti “in sacris” è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962.

Art. 10. L’Ordinario del luogo, se lo riterrà opportuno, potrà erigere una parrocchia personale a norma del can. 518 per le celebrazioni secondo la forma più antica del rito romano, o nominare un rettore o un cappellano, osservate le norme del diritto.

Art. 11. La Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, eretta da Giovanni Paolo II nel 1988 (5), continua ad esercitare il suo compito. 
Tale Commissione abbia la forma, i compiti e le norme, che il Romano Pontefice le vorrà attribuire.


Art. 12. La stessa Commissione, oltre alle facoltà di cui già gode, eserciterà l’autorità della Santa Sede, vigilando sulla osservanza e l’applicazione di queste disposizioni.

Tutto ciò che da Noi è stato stabilito con questa Lettera Apostolica data in forma di Motu Proprio, ordiniamo che sia considerato come stabilito e decretato e da osservare dal giorno 14 settembre di quest’anno, festa dell’Esaltazione della Santa Croce, nonostante tutto ciò che possa esservi in contrario.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 luglio dell’anno del Signore 2007, terzo del nostro Pontificato.



Benedetto XVI

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(1) Institutio generalis Missalis Romani, Editio tertia, 2002, 397  
(2) Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Vicesimus quintus annus (4.12.1988), 3: AAS 81 (1989), 899.  
(3) Ibid.
(4) Pio X, Lettera Apostolica data in forma di Motu Proprio Abhinc duos annos (23.10.1913): AAS 5 (1913), 449-450; cfr Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Vicesimus quintus annus (4.12.1988), 3: AAS 81 (1989), 899.
(5) Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica data in forma di Motu Proprio Ecclesia Dei (2.7.1988), 6: AAS 80 (1988), 1498.

 

 

Summorum Pontificum cura ad hoc tempus usque semper fuit, ut Christi Ecclesia Divinae Maiestati cultum dignum offerret, "ad laudem et gloriam nominis Sui" et "ad utilitatem totius Ecclesiae Suae sanctae".


Ab immemorabili tempore sicut etiam in futurum, principium servandum est "iuxta quod unaquaeque Ecclesia particularis concordare debet cum universali Ecclesia non solum quoad fidei doctrinam et signa sacramentalia, sed etiam quoad usus universaliter acceptos ab apostolica et continua traditione, qui servandi sunt non solum ut errores vitentur, verum etiam ad fidei integritatem tradendam, quia Ecclesiae lex orandi eius legi credendi respondet" (1).



Inter Pontífices qui talem debitam curam adhibuerunt, nomen excellit sancti Gregorii Magni, qui tam fidem catholicam quam thesauros cultus ac culturae a Romanis in saeculis praecedentibus cumulatos novis Europae populis transmittendos curavit. Sacrae Liturgiae tam Missae Sacrificii quam Officii Divini formam, uti in Urbe celebrabatur, definiri conservarique iussit. Monachos quoque et moniales maxime fovit, qui sub Regula sancti Benedicti militantes, ubique simul cum Evangelii annuntiatione illam quoque saluberrimam Regulae sententiam vita sua illustrarunt, "ut operi Dei nihil praeponatur" (cap. 43). Tali modo sacra liturgia secundum morem Romanum non solum fidem et pietatem sed et culturam multarum gentium fecundavit. Constat utique liturgiam latinam variis suis formis Ecclesiae in omnibus aetatis christianae saeculis permultos Sanctos in vita spirituali stimulasse atque tot populos in religionis virtute roborasse ac eorundem pietatem fecundasse.




Ut autem Sacra Liturgia hoc munus efficacius expleret, plures alii Romani Pontifices decursu saeculorum peculiarem sollicitudinem impenderunt, inter quos eminet Sanctus Pius V, qui magno cum studio pastorali, Concilio Tridentino exhortante, totum Ecclesiae cultum innovavit, librorum liturgicorum emendatorum et "ad normam Patrum instauratorum" editionem curavit eosque Ecclesiae latinae usui dedit.


Inter Ritus romani libros liturgicos patet eminere Missale Romanum, quod in romana urbe succrevit, atque succedentibus saeculis gradatim formas assumpsit, quae cum illa in generationibus recentioribus vigente magnam habent similitudinem.

"Quod idem omnino propositum tempore progrediente Pontifices Romani sunt persecuti, cum novas ad aetates accommodaverunt aut ritus librosque liturgicos determinaverunt, ac deinde cum ineunte hoc nostro saeculo ampliorem iam complexi sunt redintegrationem" (2). Sic vero egerunt Decessores nostri Clemens VIII, Urbanus VIII, sanctus Pius X (3), Benedictus XV, Pius XII et beatus Ioannes XXIII.

Recentioribus autem temporibus, Concilium Vaticanum II desiderium expressit, ut debita observantia et reverentia erga cultum divinum denuo instauraretur ac necessitatibus nostrae aetatis aptaretur. Quo desiderio motus, Decessor noster Summus Pontifex Paulus VI libros liturgicos instauratos et partim innovatos anno 1970 Ecclesiae latinae approbavit; qui ubique terrarum permultas in linguas vulgares conversi, ab Episcopis atque a sacerdotibus et fidelibus libenter recepti sunt. Ioannes Paulus II, tertiam editionem typicam Missalis Romani recognovit. Sic Romani Pontifices operati sunt ut "hoc quasi aedificium liturgicum [...] rursus, dignitate splendidum et concinnitate" appareret (4).


Aliquibus autem in regionibus haud pauci fideles antecedentibus formis liturgicis, quae eorum culturam et spiritum tam profunde imbuerant, tanto amore et affectu adhaeserunt et adhaerere pergunt, ut Summus Pontifex Ioannes Paulus II, horum fidelium pastorali cura motus, anno 1984 speciali Indulto "Quattuor abhinc annos", a Congregatione pro Cultu Divino exarato, facultatem concessit utendi Missali Romano a Ioanne XXIII anno 1962 edito; anno autem 1988 Ioannes Paulus II iterum, litteris Apostolicis "Ecclesia Dei" Motu proprio datis, Episcopos exhortatus est ut talem facultatem late et generose in favorem omnium fidelium id petentium adhiberent.




Instantibus precibus horum fidelium iam a Praedecessore Nostro Ioanne Paulo II diu perpensis, auditis etiam a Nobis Patribus Cardinalibus in Concistorio die XXIII mensis martii anni 2006 habito, omnibus mature perpensis, invocato Spiritu Sancto et Dei freti auxilio, praesentibus Litteris Apostolicis DECERNIMUS quae sequuntur:



Art. 1. Missale Romanum a Paulo VI promulgatum ordinaria expressio "Legis orandi" Ecclesiae catholicae ritus latini est. Missale autem Romanum a S. Pio V promulgatum et a B. Ioanne XXIII denuo editum habeatur uti extraordinaria expressio eiusdem "Legis orandi" Ecclesiae et ob venerabilem et antiquum eius usum debito gaudeat honore. Hae duae expressiones "legis orandi" Ecclesiae, minime vero inducent in divisionem "legis credendi" Ecclesiae; sunt enim duo usus unici ritus romani.




Proinde Missae Sacrificium, iuxta editionem typicam Missalis Romani a B. Ioanne XXIII anno 1962 promulgatam et numquam abrogatam, uti formam extraordinariam Liturgiae Ecclesiae, celebrare licet. Conditiones vero a documentis antecedentibus "Quattuor abhinc annos" et "Ecclesia Dei" pro usu huius Missalis statutae, substituuntur ut sequitur:


Art. 2. In Missis sine populo celebratis, quilibet sacerdos catholicus ritus latini, sive saecularis sive religiosus, uti potest aut Missali Romano a beato Papa Ioanne XXIII anno 1962 edito, aut Missali Romano a Summo Pontifice Paulo VI anno 1970 promulgato, et quidem qualibet die, excepto Triduo Sacro. Ad talem celebrationem secundum unum alterumve Missale, sacerdos nulla eget licentia, nec Sedis Apostolicae nec Ordinarii sui.




Art. 3. Si communitates Institutorum vitae consecratae atque Societatum vitae apostolicae iuris sive pontificii sive dioecesani quae in celebratione conventuali seu "communitatis" in oratoriis propriis celebrationem sanctae Missae iuxta editionem Missalis Romani anno 1962 promulgatam habere cupiunt, id eis licet. Si singula communitas aut totum Institutum vel Societas tales celebrationes saepe vel plerumque vel permanenter perficere vult, res a Superioribus maioribus ad normam iuris et secundum leges et statuta particularia decernatur.



Art. 4. Ad celebrationes sanctae Missae de quibus supra in art. 2 admitti possunt, servatis de iure servandis, etiam christifideles qui sua sponte id petunt.


Art. 5, § 1. In paroeciis, ubi coetus fidelium traditioni liturgicae antecedenti adhaerentium continenter exsistit, parochus eorum petitiones ad celebrandam sanctam Missam iuxta ritum Missalis Romani anno 1962 editi, libenter suscipiat. Ipse videat ut harmonice concordetur bonum horum fidelium cum ordinaria paroeciae pastorali cura, sub Episcopi regimine ad normam canonis 392, discordiam vitando et totius Ecclesiae unitatem fovendo.



§ 2. Celebratio secundum Missale B. Ioannis XXIII locum habere potest diebus ferialibus; dominicis autem et festis una etiam celebratio huiusmodi fieri potest.


§ 3. Fidelibus seu sacerdotibus id petentibus, parochus celebrationes, hac in forma extraordinaria, permittat etiam in adiunctis peculiaribus, uti sunt matrimonia, exsequiae aut celebrationes occasionales, verbi gratia peregrinationes.

§ 4. Sacerdotes Missali B. Ioannis XXIII utentes, idonei esse debent ac iure non impediti.


§ 5. In ecclesiis, quae non sunt nec paroeciales nec conventuales, Rectoris ecclesiae est concedere licentiam de qua supra.

Art. 6. In Missis iuxta Missale B. Ioannis XXIII celebratis cum populo, Lectiones proclamari possunt etiam lingua vernacula, utendo editionibus ab Apostolica Sede recognitis.

Art. 7. Ubi aliquis coetus fidelium laicorum, de quo in art. 5 § 1 petita a parocho non obtinuerit, de re certiorem faciat Episcopum dioecesanum. Episcopus enixe rogatur ut eorum optatum exaudiat. Si ille ad huiusmodi celebrationem providere non potest res ad Pontificiam Commissionem "Ecclesia Dei" referatur.


Art. 8. Episcopus, qui vult providere huiusmodi petitionibus christifidelium laicorum, sed ob varias causas impeditur, rem Pontificiae Commissioni "Ecclesia Dei" committere potest, quae ei consilium et auxilium dabit.


Art. 9, § 1. Parochus item, omnibus bene perpensis, licentiam concedere potest utendi rituali antiquiore in administrandis sacramentis Baptismatis, Matrimonii, Poenitentiae et Unctionis Infirmorum, bono animarum id suadente.


§ 2. Ordinariis autem facultas conceditur celebrandi Confirmationis sacramentum utendo Pontificali Romano antiquo, bono animarum id suadente.


§ 3. Fas est clericis in sacris constitutis uti etiam Breviario Romano a B. Ioanne XXIII anno 1962 promulgato.

Art 10. Fas est Ordinario loci, si opportunum iudicaverit, paroeciam personalem ad normam canonis 518 pro celebrationibus iuxta formam antiquiorem ritus romani erigere aut rectorem vel cappellanum nominare, servatis de iure servandis.


Art. 11. Pontificia Commissio "Ecclesia Dei" a Ioanne Paulo II anno 1988 erecta (5), munus suum adimplere pergit.

Quae Commissio formam, officia et normas agendi habeat, quae Romanus Pontifex ipsi attribuere voluerit.

 

Art. 12. Eadem Commissio, ultra facultates quibus iam gaudet, auctoritatem Sanctae Sedis exercebit, vigilando de observantia et applicatione harum dispositionum.


Quaecumque vero a Nobis hisce Litteris Apostolicis Motu proprio datis decreta sunt, ea omnia firma ac rata esse et a die decima quarta Septembris huius anni, in festo Exaltationis Sanctae Crucis, servari iubemus, contrariis quibuslibet rebus non obstantibus.


Datum Romae, apud Sanctum Petrum, die septima mensis Iulii, anno Domini MMVII, Pontificatus Nostri tertio.

 

BENEDICTUS PP. XVI

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(1) Institutio generalis Missalis Romani, Editio tertia, 2002, 397
(2) Ioannes Paulus Pp. II, Litt. ap. Vicesimus quintus annus (4 Decembris 1988), 3: AAS 81 (1989), 899.  
(3) Ibid.  
(4) Pius Pp. X, Litt. Ap. Motu proprio datae Abhinc duos annos (23 Octobris 1913): AAS 5 (1913), 449-450; cfr Ioannes Paulus II, Litt. ap. Vicesimus quintus annus (4 Decembris 1988), 3: AAS 81 (1989), 899.

(5) Cfr Ioannes Paulus Pp. II, Litt. ap. Motu proprio datae Ecclesia Dei (2 iulii 1988), 6: AAS 80 (1988), 1498.

 

 

Lettera di Benedetto XVI ai vescovi per spiegare il motu proprio
 

Benedetto XVI ha inviato a tutti i vescovi del mondo una sua lettera per spiegare il senso del "Motu proprio" sull'uso della liturgia preconciliare. Ecco il testo in italiano della lettera.

 

Cari Fratelli nell’Episcopato,

con grande fiducia e speranza metto nelle vostre mani di Pastori il testo di una nuova Lettera Apostolica "Motu Proprio data" sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970. Il documento è frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera.

Notizie e giudizi fatti senza sufficiente informazione hanno creato non poca confusione. Ci sono reazioni molto divergenti tra loro che vanno da un’accettazione gioiosa ad un’opposizione dura, per un progetto il cui contenuto in realtà non era conosciuto.

A questo documento si opponevano più direttamente due timori, che vorrei affrontare un po’ più da vicino in questa lettera.

In primo luogo, c’è il timore che qui venga intaccata l’Autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali – la riforma liturgica – venga messa in dubbio. Tale timore è infondato. Al riguardo bisogna innanzitutto dire che il Messale, pubblicato da Paolo VI e poi riedito in due ulteriori edizioni da Giovanni Paolo II, ovviamente è e rimane la forma normale – la forma ordinaria – della Liturgia Eucaristica. L’ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l’autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio, potrà, invece, essere usata come forma extraordinaria della Celebrazione liturgica. Non è appropriato parlare di queste due stesure del Messale Romano come se fossero "due Riti". Si tratta, piuttosto, di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito.

Quanto all’uso del Messale del 1962, come forma extraordinaria della Liturgia della Messa, vorrei attirare l’attenzione sul fatto che questo Messale non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso. Al momento dell’introduzione del nuovo Messale, non è sembrato necessario di emanare norme proprie per l’uso possibile del Messale anteriore. Probabilmente si è supposto che si sarebbe trattato di pochi casi singoli che si sarebbero risolti, caso per caso, sul posto. Dopo, però, si è presto dimostrato che non pochi rimanevano fortemente legati a questo uso del Rito romano che, fin dall’infanzia, era per loro diventato familiare. Ciò avvenne, innanzitutto, nei Paesi in cui il movimento liturgico aveva donato a molte persone una cospicua formazione liturgica e una profonda, intima familiarità con la forma anteriore della Celebrazione liturgica. Tutti sappiamo che, nel movimento guidato dall’Arcivescovo Lefebvre, la fedeltà al Messale antico divenne un contrassegno esterno; le ragioni di questa spaccatura, che qui nasceva, si trovavano però più in profondità. Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa.

Papa Giovanni Paolo II si vide, perciò, obbligato a dare, con il Motu Proprio "Ecclesia Dei" del 2 luglio 1988, un quadro normativo per l’uso del Messale del 1962, che però non conteneva prescrizioni dettagliate, ma faceva appello, in modo più generale, alla generosità dei Vescovi verso le "giuste aspirazioni" di quei fedeli che richiedevano quest’uso del Rito romano. In quel momento il Papa voleva, così, aiutare soprattutto la Fraternità San Pio X a ritrovare la piena unità con il Successore di Pietro, cercando di guarire una ferita sentita sempre più dolorosamente. Purtroppo questa riconciliazione finora non è riuscita; tuttavia una serie di comunità hanno utilizzato con gratitudine le possibilità di questo Motu Proprio. Difficile è rimasta, invece, la questione dell’uso del Messale del 1962 al di fuori di questi gruppi, per i quali mancavano precise norme giuridiche, anzitutto perché spesso i Vescovi, in questi casi, temevano che l’autorità del Concilio fosse messa in dubbio. Subito dopo il Concilio Vaticano II si poteva supporre che la richiesta dell’uso del Messale del 1962 si limitasse alla generazione più anziana che era cresciuta con esso, ma nel frattempo è emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia. Così è sorto un bisogno di un regolamento giuridico più chiaro che, al tempo del Motu Proprio del 1988, non era prevedibile; queste Norme intendono anche liberare i Vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni.

In secondo luogo, nelle discussioni sull’atteso Motu Proprio, venne espresso il timore che una più ampia possibilità dell’uso del Messale del 1962 avrebbe portato a disordini o addirittura a spaccature nelle comunità parrocchiali. Anche questo timore non mi sembra realmente fondato. L’uso del Messale antico presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina; sia l’una che l’altra non si trovano tanto di frequente. Già da questi presupposti concreti si vede chiaramente che il nuovo Messale rimarrà, certamente, la forma ordinaria del Rito Romano, non soltanto a causa della normativa giuridica, ma anche della reale situazione in cui si trovano le comunità di fedeli.

È vero che non mancano esagerazioni e qualche volta aspetti sociali indebitamente vincolati all’attitudine di fedeli legati all’antica tradizione liturgica latina. La vostra carità e prudenza pastorale sarà stimolo e guida per un perfezionamento. Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione "Ecclesia Dei" in contatto con i diversi enti dedicati all’ "usus antiquior" studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale.

Sono giunto, così, a quella ragione positiva che mi ha motivato ad aggiornare mediante questo Motu Proprio quello del 1988. Si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa. Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente. Mi viene in mente una frase della Seconda Lettera ai Corinzi, dove Paolo scrive: "La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto… Rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!" (2 Cor 6,11–13). Paolo lo dice certo in un altro contesto, ma il suo invito può e deve toccare anche noi, proprio in questo tema. Apriamo generosamente il nostro cuore e lasciamo entrare tutto ciò a cui la fede stessa offre spazio.

Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto. Ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione totale dello stesso.

In conclusione, cari Confratelli, mi sta a cuore sottolineare che queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né sulla pastorale dei vostri fedeli. Ogni Vescovo, infatti, è il moderatore della liturgia nella propria diocesi (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 22: "Sacrae Liturgiae moderatio ab Ecclesiae auctoritate unice pendet quae quidem est apud Apostolicam Sedem et, ad normam iuris, apud Episcopum").

Nulla si toglie quindi all’autorità del Vescovo il cui ruolo, comunque, rimarrà quello di vigilare affinché tutto si svolga in pace e serenità. Se dovesse nascere qualche problema che il parroco non possa risolvere, l’Ordinario locale potrà sempre intervenire, in piena armonia, però, con quanto stabilito dalle nuove norme del Motu Proprio.

Inoltre, vi invito, cari Confratelli, a scrivere alla Santa Sede un resoconto sulle vostre esperienze, tre anni dopo l’entrata in vigore di questo Motu Proprio. Se veramente fossero venute alla luce serie difficoltà, potranno essere cercate vie per trovare rimedio.

Cari Fratelli, con animo grato e fiducioso, affido al vostro cuore di Pastori queste pagine e le norme del Motu Proprio. Siamo sempre memori delle parole dell’Apostolo Paolo dirette ai presbiteri di Efeso: "Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come Vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue" (Atti 20,28).

Affido alla potente intercessione di Maria, Madre della Chiesa, queste nuove norme e di cuore imparto la mia Benedizione Apostolica a Voi, cari Confratelli, ai parroci delle vostre diocesi, e a tutti i sacerdoti, vostri collaboratori, come anche a tutti i vostri fedeli.

Dato presso San Pietro, il 7 luglio 2007

BENEDICTUS PP. XVI

 

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"Toscana oggi"

http://www.toscanaoggi.it/notizia_3.php?IDNotizia=8402&IDCategoria=325

Liturgia, torna il «Messale del 1962» come opportunità in più

Rendere più facile, per quei gruppi che ne facciano richiesta, l’uso del Messale conosciuto come «Messale di Pio V» o «Tridentino». È un desiderio che il cardinale Ratzinger, in passato, ha espresso più volte; ed è questo lo scopo del «Motu proprio Summorum Pontificum» che adesso Benedetto XVI ha scritto per ampliare l’«indulto» già concesso, nel 1984, da Giovanni Paolo II. Rispetto alle norme introdotte da Giovanni Paolo II, il nuovo provvedimento semplificherà l’iter da seguire per ottenere il permesso per l’uso del rito preconciliare: una decisione delicata, che il Papa ha voluto nei giorni scorsi illustrare personalmente ad alcuni rappresentanti delle varie Conferenze episcopali. Una novità però che non dovrebbe incidere più di tanto sulla vita delle parrocchie e delle comunità cristiane. La questione non riguarda, come molti giornali semplificando hanno riportato, il ritorno alla «Messa in latino»: il Papa, è vero, ha sollecitato l’uso della lingua latina ma solo per le grandi celebrazioni internazionali, come «linguaggio universale» della Chiesa. In questo caso invece il provvedimento riguarda l’uso del «Messale del 1962» (promulgato da Giovanni XXIII, ma con piccole modifiche a quello del 1570) che ha, con la Messa così come oggi viene celebrata, differenze che vanno oltre quella puramente linguistica. Con l’entrata in vigore del Messale di Paolo VI, nel 1970, l’uso di questo Messale (che veniva considerato «inglobato» nel nuovo) era stato vietato; ma non è mai stato abolito o cancellato.
Lo spirito del Motu proprio Summorum Pontificum– almeno secondo quanto detto in passato dal Papa, e secondo le indiscrezioni trapelate sul provvedimento – è dunque quello di offrire, accanto al Messale di Paolo VI che continua a rappresentare la «forma ordinaria» della celebrazione eucaristica, il Messale di Pio V come opportunità in più, come forma «straodinaria».
 

Il problema non è il latino
«Torna la Messa in latino». Così hanno titolato nei giorni scorsi tutti i grandi mezzi di comunicazione, e non solo in Italia. Una semplificazione giornalistica, anche comprensibile, ma che non risponde a realtà. È vero che prima della riforma conciliare si usava solo quella lingua per le celebrazioni liturgiche e che da allora in poi si è tradotto il Messale in ogni lingua nazionale. Ma tra le lingue del nuovo Messale c’era ovviamente quella latina e si è continuato ad usarla in particolari circostanze. Nelle cattedrali o nei grandi santuari o monasteri, ad esempio, una delle Messe festive è in genere in latino. E al recente Sinodo sull’Eucarestia, la proposizione finale n. 36 (Le 50 proposizioni) auspicava l’uso del latino «(eccetto le letture, l’omelia e la preghiera dei fedeli)» «durante gli incontri internazionali, oggi sempre più frequenti, per meglio esprimere l’unità e l’universalità della Chiesa». Il «motu proprio» di Benedetto XVI tratta di un’altra cosa, come abbiamo cercato di spiegare in queste due pagine. Tratta della possibilità di usare per le celebrazioni eucaristiche, e in particolari condizioni, il «Messale del 1962», cioè l’ultimo Messale «preconciliare», basato quindi su quello del 1570 di Pio V, aggiornato da Giovanni XXIII mentre era in corso lo stesso Concilio. Estende in questo modo l’«uso» già concesso da Giovanni Paolo II ai «tradizionalisti» con un indulto nel 1984 e poi confermato con il motu proprio del 2 luglio 1988 «Ecclesia Dei afflicta», dopo lo «scisma» Lefevriano.

 

La nota esplicativa del Motu proprio

Il Motu proprio Summorum Pontificum è stato reso pubblico alle 12 si sabato 7 luglio, accompagnato da una «Lettera» ai vescovi di tutto il mondo. Contemporaneamente la Sala Stampa della Santa Sede ha diffuso una Nota Informativa relativa al Motu proprio della quale di seguito riportiamo i paragrafi più significativi.

"Il Motu proprio 'Summorum Pontificum' stabilisce nuove regole sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma compiuta nel 1970. I motivi per tali disposizioni sono chiaramente spiegati nella Lettera del Santo Padre i Vescovi, che accompagna il Motu proprio. (I due documenti sono stati inviati a tutti i Presidenti delle Conferenze Episcopali e a tutti i Nunzi, che hanno provveduto a farli avere a tutti i Vescovi).

"La disposizione fondamentale è la seguente: la liturgia romana avrà due forme ("usus"):

a) la forma ordinaria: è quelle che segue la riforma liturgica fatta dal Papa Paolo VI nell'anno 1970, come si trova nei libri liturgici allora promulgati; ne esiste una edizione ufficiale in lingua latina, che può essere usata sempre e dappertutto, e traduzioni in diverse lingue volgari, edite dalle rispettive Conferenza Episcopali.

b) la forma straordinaria: è quella celebrata secondo i libri liturgici dal Beato Papa Giovanni XXIII nel 1962".

Al punto 8 della Nota Informativa si legge che: "Il Vescovo del luogo può erigere una parrocchia personale, qualora in un luogo si trovi un numero di fedeli assai consistente che vogliano seguire la liturgia anteriore. Converrebbe che il numero dei fedeli sia consistente, anche se non paragonabile a quello di altre parrocchie".

La Nota illustra anche alcune caratteristiche del Messale del 1962:

"È un Messale in lingua latina 'plenario' o 'integrale', che cioè contiene anche le letture delle celebrazioni (non è distinto dal 'Lezionario' come il successivo Messale del 1970).

Contiene una sola Preghiera eucaristica, il 'Canone Romano' (che corrisponde alla Preghiera Eucaristica I del Messale successivo, che invece prevede la scelta fra più Preghiere eucaristiche).

Diverse preghiere (anche gran parte del Canone) vengono recitate dal sacerdote a voce bassa, in modo non udibile dal popolo.

Fra le altre diversità si può ricordare la lettura dell'Inizio del Vangelo di Giovanni al termine della Messa.

Il Messale del 1962 non prevede la concelebrazione. Non dice nulla sull'orientamento dell'altare e del celebrante (verso il popolo o no).

La lettera del Papa prevede la possibilità di futuri arricchimenti del Messale del 1962 (aggiunta di nuovi Santi e Prefazi...).

La scheda: come è cambiata nel corso dei secoli

di Roberto Gulino
Docente di Liturgia alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale

La «nostra» celebrazione eucaristica risale alle mani stesse del Signore Gesù, quando nell’ultima cena con i suoi apostoli, spezzando il pane e distribuendo il vino, affidò il suo corpo ed il suo sangue alla Chiesa, chiedendo di ripetere quei gesti e quelle parole per rivivere il mistero salvifico pasquale.

La «frazione del pane» – come era chiamata dagli apostoli – è diventata il momento culminante ed immutabile della preghiera fondante la comunità cristiana.

Nel corso del tempo abbiamo avuto vari modi di celebrare l’Eucaristia, ma tutti ruotano attorno a quelli che potremmo definire i fuochi centrali – e quindi invariabili! – di ogni Messa: l’ascolto della Parola del Signore e lo spezzare il Pane consacrato.

Nei primi secoli (san Giustino, attorno al 153 d.C., ne riporta una descrizione dettagliata nella sua I Apologia) sono già definiti questi elementi: il raduno unico domenicale, la proclamazione della Scrittura – antico e nuovo testamento –, l’omelia, la preghiera dei fedeli, il bacio di pace, l’offertorio, la preghiera eucaristica, la comunione e la raccolta per i più bisognosi.

Quando nel IV secolo cessano le persecuzioni, il cristianesimo si espande con grande velocità e si formano modi diversi di celebrare (si parla di «famiglie liturgiche» orientali – che rispecchiano la cultura e gli usi delle grandi città di Gersusalemme, Antiochia, Alessandria e Costantinopoli – e famiglie liturgiche occidentali – che ruotano attorno a Roma, a Milano, alla regione Gallicana, Ispanica e Africana –).

Progressivamente, la liturgia eucaristica assunse forme e modelli esteriori dalle istituzioni romane (basti pensare alle vesti liturgiche e alle insegne episcopali) divenendo sempre più suntuosa nei suoi riti e articolata nel suo svolgimento.

Gradualmente si arrivò a celebrazioni difficili da capire e da seguire che generarono quello che potremmo definire «fenomeno devozionale»: non potendo partecipare e comprendere la liturgia, si sviluppano le altre forme di preghiera (per es. il Rosario durante la Messa).

Il «medioevo liturgico», con i suoi eccessi e le sue incomprensioni, portò, dopo il Concilio di Trento, ad un rito unico per tutta la Chiesa che voleva mettere ordine alla pluralità di usi, di preghiere e di visioni teologiche (per esempio contro Lutero si accentua il valore sacrificale della Messa ed il ruolo del sacerdote, aspetti che influenzeranno chiaramente il rito di san Pio V del 1570).

Dobbiamo aspettare il XIX secolo quando, dopo la riscoperta delle fonti liturgiche dei primi secoli, si assiste alla nascita di un rinnovamento liturgico che, partendo dagli ambienti monastici benedettini, infonderà l’esigenza dell’autentico e genuino spirito della liturgia.

Il Concilio Vaticano II, nel solco di tale tradizione, chiede la revisione dei riti per «assicurare maggiormente al popolo cristiano l’abbondante tesoro di grazia che la Liturgia racchiude» (Sacrosanctum Concilium 21). Da esso scaturisce, come proposta concreta, il Messale promulgato da Paolo VI – il «nostro» – nel 1970, esattamente quattrocento anni dopo quello di S. Pio V.


I due riti a confronto
Non è facile comparare i due riti perché il Messale di Pio V ha delle caratteristiche che strutturano tutto lo svolgimento della celebrazione:

  • l’assemblea è in ombra per lasciare spazio alla centralità assoluta del ministro ordinato (per esempio nel distribuire la comunione il sacerdote dice anche l’Amen finale, mentre il fedele, in ginocchio, riceve il Signore rimanendo in completo silenzio);
  • vi è una totale prevalenza del cerimoniale sul funzionale (segni di croce, inchini, genuflessioni, incensazioni sono ripetuti e sovrabbondanti durante tutto il rito);
  • il «rubricismo» è esasperato e vincolante alla corretta celebrazione (si indicano precisamente posizione degli occhi, delle braccia, delle mani, movimenti del turibolo…).

     

    Comunque, qui di seguito, poniamo a confronto i due riti, considerando la celebrazione eucaristica domenicale e semplificando nei punti principali.

       
       

    MESSALE DEL 1962
    PROMULGATO DA GIOVANNI XXIII (DETTO «DI SAN PIO V» O «TRIDENTINO» PERCHÉ QUASI IDENTICO AL RITO DEL 1570)

    1) Accesso e preghiere ai piedi dell’altare:

  • segno di croce;
  • antifona: «Salirò all’altare del Signore»;
  • salmo 42: «Fammi giustizia, o Dio…»;
  • «Confesso a Dio onnipotente…» (detto prima dal sacerdote e poi dai ministri);
  • versetti: «O Dio volgiti verso di noi…»;
  • preghiera, salendo all’altare: «Togli da noi…».

     

    2) riti iniziali all’altare

  • preghiera: «Noi ti preghiamo…»;

     

  • segno di croce;
  • antifona di introito;
  • «Signore, pietà»;
  • Gloria;
  • saluto liturgico;
  • orazioni.

     

    3) liturgia della Parola

  • epistola;
  • salmo graduale;
  • alleluia con versetto;
  • Vangelo;
  • omelia (non sempre);
  • Credo.

    4) offertorio

  • saluto liturgico;
  • antifona all’offertorio;
  • offerta del pane e del vino;
  • lavabo con versetti del salmo 25 «Laverò le mie mani…»;
  • preghiera: «Accetta, santa Trinità…»;
  • orazione sulle offerte.

    5) preghiera eucaristica
     

  • l prefazio, Santo, canone romano;

    6) Padre nostro

    7) frazione del pane
    con l’invocazione «Agnello di Dio»

    8) rito della pace
    e comunione del sacerdote

    9) rito per la comunione dei fedeli (a parte!)

    10) riti conclusivi

  • saluto liturgico;
  • orazione dopo la comunione;
  • saluto liturgico;
  • congedo;
  • preghiera: «Ti sia gradito, santa Trinità…»;
  • benedizione finale;
  • saluto liturgico;
  • Vangelo (prologo di Giovanni);
  • tornando in sacrestia si recita l’antifona «Dei tre fanciulli».

    MESSALE ATTUALE
    (DEL 1970, DETTO «DI PAOLO VI»)

    1) Riti di introduzione

  • ingresso del sacerdote e dei ministri;
  • segno di croce;
  • saluto liturgico;
  • atto penitenziale con «Signore, pietà»;
  • Gloria;
  • orazione

     

    2) Liturgia della Parola

  • prima lettura;
  • salmo responsoriale;
  • seconda lettura;
  • canto al Vangelo;
  • Vangelo;
  • omelia;
  • professione di fede (Credo);
  • preghiera universale (o «dei fedeli»).

    3) Liturgia Eucaristica

  • preparazione dei doni con canto all’offertorio;
  • orazione sulle offerte;
  • preghiera eucaristica (prefazio, Santo, epiclesi, racconto dell’istituzione, anamnesi, offerta, intercessioni, dossologia finale);
  • riti di comunione (preghiera del Signore, rito della pace, frazione del pane con l’invocazione «Agnello di Dio», comunione);
  • orazione dopo la comunione.

     

    4) Riti di conclusione

  • eventuali avvisi;
  • saluto liturgico;
  • benedizione finale;
  • congedo.
  • Da "La repubblica"

    http://newscontrol.repubblica.it/item/336689/summorum-pontificum-ecco-il-motu-proprio-di-benedetto-xvi-sulla-messa

    CITTÀ DEL VATICANO - Ratzinger liberalizza la messa in latino. Bendetto XVI ha infatti pubblicato il motu proprio «Summarum Pontificum» che permette l'uso della messa in latino secondo il rito anteriore alla riforma liturgica, in via ordinaria e senza richiesta al vescovo. Il documento entra in vigore il prossimo 14 settembre. Il rito antico è permesso, non imposto, e la liturgia ordinaria della Chiesa resta quella conciliare. Ai vescovi resta il controllo sull'applicazione delle norme e fra tre anni dovranno riferire al Papa su eventuali difficoltà. «È infondato il timore» che con la liberalizzazione della messa in latino anteriore al 1970 «venga messa in dubbio» la «riforma liturgica» o la «autorità del Concilio». Lo spiega il Papa nella lettera ai vescovi con la quale accompagna il motu proprio sulla messa in latino. Il rito antico, precisa, «non fu mai giuridicamente abolito» e «in linea di principio restò sempre permesso».
    «PER CONCILIARE» - Il Papa ha deciso il motu proprio che liberalizza la messa in latino spinto dalla «ragione positiva» di «giungere a una riconciliazione interna nel seno della Chiesa». Nelle «divisioni del passato» non sempre, osserva, «i responsabili della Chiesa» hanno «fatto il sufficiente per conservare o conquistare l'unità». Lo afferma nella lettera con cui presenta il motu proprio ai vescovi di tutto il mondo. La liberalizzazione della messa in latino secondo l'antico rito di San Pio V non è destinata a provocare spaccature nella Chiesa, in quanto presuppone «una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina; sia l'una che l'altra non si trovano tanto di frequente» afferma Benedetto XVI nella lettera a tutti i vescovi del mondo nella quale spiega le ragioni che lo hanno indotto a liberalizzare la messa in latino secondo l'antico rito.
    DUE FORME Il motu proprio voluto da Benedetto XVI stabilisce che la messa potrà essere celebrata in due forme: ordinaria, che segue la riforma liturgica di Paolo VI del '70, che può essere usata sempre e dappertutto, in latino e nelle diverse edizioni volgari; straordinaria, che viene celebrata secondo i libri liturgici editi da Giovanni XXIII nel '62, sempre in latino. Se finora serviva un «indulto» del vescovo per autorizzare la forma straordinaria, dal 14 settembre - data in cui entrerà in vigore il motu proprio - il parroco potrà autorizzare la messa; resterà ai vescovi il compito di vigilare sull'applicazione, di segnalare eventuali difficoltà alla commissione vaticana «Ecclesia Dei» e, tra tre anni, di fare rapporto alla Santa Sede sull'applicazione di queste norme. Il parroco che lo riterrà necessario potrà organizzare una «parrocchia personale» per le messe con rito straordinario, se ci sia un numero consistente di fedeli che lo desiderino. «Nelle parrocchie in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962», si afferma nell'articolo 5 del motu proprio di Benedetto XVI che liberalizza la messa secondo il rituale di San Pio V diffuso oggi dalla Sala stampa vaticana.
    COMPIACIUTI I LEFEBVRIANI - Compiacimento e «viva gratitudine», senza però trascurare «le difficoltà che ancora sussistono». Così i seguaci dell'arcivescovo Marcel Lefebvre accolgono il motu proprio «Summorum Pontificum» con cui Benedetto XVI ha ristabilito nei suoi diritti la messa tridentina. Primo fra i nodi da sciogliere nel rapporto tra Roma e la Fraternità sacerdotale San Pio X la scomunica nei confronti di vescovi lefebvriani, il cui ritiro è considerata condizione essenziale.
    07 luglio 2007

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